Il letto è scomodo ma non è un problema di materasso, sono le lenzuola.. si, sono le lenzuola che sembrano impanate di sabbia da quanto ruvide e lei lo sa bene che odio le lenzuola cartavetrata! Lo sa bene, lei!

Sa bene che non ho un sonno statico ma ballo con i miei fantasmi la notte ed è ovvio che se mi muovo molto lo sfregamento con queste dannate lenzuola panate mi creerà non poche ansie da aggiungere a quelle di default.

Lei doveva pensarci, doveva avere una di quelle che io chiamo “accortezze” nei miei confronti ma per avere un’accortezza si dev’essere previdenti e, diciamocelo, serve un pizzico di empatia ed una goccia di “mettiamoci nei panni degli altri” … io sapevo bene che lei non ne era dotata: le lenzuola ruvide su cui dormirò sono solo colpa mia e sospiro pesantemente!

Sono stesa, tesa come uno stoccafisso, sguardo fisso al soffitto e la testa che gira come una giostra: sono mesi che non so più distinguere se il motore a spingere sia il dolore cervicale o i roghi bastardi a bruciare i miei pensieri. Manca ossigeno, è da una vita intera che provo a prendere fiato.. forse è per questo che sospiro di continuo.

Desidero piangere di un pianto disperato, copioso, profondo, uno di quei pianti che svuotano tutto e lasciano sfiancati senza più la forza di provare qualsiasi altra sensazione, quei pianti che ti addormenti con i capelli ed il cuscino salati e almeno per un po’ ti viene data la grazia del vuoto totale: senza incubi o fantasmi con cui danzare! Quasi che le lacrime versate siano una sorta di moneta per un soggiorno provvisorio in purgatorio.

Sono mesi, forse anni fatti  di un dolore che non arriva al pianto, invece: non arriva al pianto ma lo supera direttamente lasciando gli occhi aridi, la testa piena e pulsante e questa carenza di ossigeno che soffoca ma non uccide.

Lei lo sapeva, ve lo giuro che sapeva bene che ero arrivata ad un punto del labirinto in cui essermi persa era il minore dei miei problemi, lo sapeva ed era una delle poche persone che non rispondeva al mio sguardo rotto con frasi pescate da un repertorio di consolazioni: in quei frangenti la sua mancanza di tatto diventava una grazia per me che non sapevo più cosa dire a chi cercava di aiutarmi.

Lo sapevo che ce l’avrebbe fatta: era riuscita a mancarmi! LEI era riuscita a farmi sentire la mancanza del suo respiro calmo tra i miei sospiri.. sapeva anche questo, lei?
Lei non c’era più ora e non potevo chiederle dove avesse messo quelle fottute lenzuola morbide o cosa davvero sapesse…

 

Writing soundtrack – Quello che non c’è – Afterhours

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