Underwater – Boccate d’aria

Tempo libero: mi lamento sempre di non averne abbastanza e quando per una serie di motivi mi ritrovo ad avere delle ore senza nessun impegno obbligato inizio a sentire la mia solita mancanza di ossigeno, come se rilassarmi fosse impossibile anche solo da prendere in considerazione, come se il non essere impegnata giustificasse qualcosa di brutto ad accadere.
Lo so, sono disfunzionale.. non mi è ancora chiaro fino a che punto.

Oggi ho avuto qualche ora libera da lavoro e ho sentito la necessità di fare qualcosa che mi facesse pensare di meno al nodo in gola che è sempre fedele, stronzo.

Allora fuori i pennelli e i colori e questo è il risultato: volevo qualcosa che rendesse l’idea del subacqueo.

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Sfumature, sopracciglia che solo convivere con una Drag Queen può aver reso fattibili e labbra leopardate (che non c’entrano un cazzo ma lo stesso.. volevo provare!) et voilà.

 

 

 

Sicuramente non ho risolto i miei problemi d’ansia ma mi dicono dalla regia che produrre e sfogarsi (soprattutto artisticamente) abbia ottime ripercussioni sull’inconscio  e non penso di essere così in disaccordo.

See you later foxes.

 

Soundtrack: Underwater – Mika

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Lei e quelle fottute lenzuola ruvide.

Il letto è scomodo ma non è un problema di materasso, sono le lenzuola.. si, sono le lenzuola che sembrano impanate di sabbia da quanto ruvide e lei lo sa bene che odio le lenzuola cartavetrata! Lo sa bene, lei!

Sa bene che non ho un sonno statico ma ballo con i miei fantasmi la notte ed è ovvio che se mi muovo molto lo sfregamento con queste dannate lenzuola panate mi creerà non poche ansie da aggiungere a quelle di default.

Lei doveva pensarci, doveva avere una di quelle che io chiamo “accortezze” nei miei confronti ma per avere un’accortezza si dev’essere previdenti e, diciamocelo, serve un pizzico di empatia ed una goccia di “mettiamoci nei panni degli altri” … io sapevo bene che lei non ne era dotata: le lenzuola ruvide su cui dormirò sono solo colpa mia e sospiro pesantemente!

Sono stesa, tesa come uno stoccafisso, sguardo fisso al soffitto e la testa che gira come una giostra: sono mesi che non so più distinguere se il motore a spingere sia il dolore cervicale o i roghi bastardi a bruciare i miei pensieri. Manca ossigeno, è da una vita intera che provo a prendere fiato.. forse è per questo che sospiro di continuo.

Desidero piangere di un pianto disperato, copioso, profondo, uno di quei pianti che svuotano tutto e lasciano sfiancati senza più la forza di provare qualsiasi altra sensazione, quei pianti che ti addormenti con i capelli ed il cuscino salati e almeno per un po’ ti viene data la grazia del vuoto totale: senza incubi o fantasmi con cui danzare! Quasi che le lacrime versate siano una sorta di moneta per un soggiorno provvisorio in purgatorio.

Sono mesi, forse anni fatti  di un dolore che non arriva al pianto, invece: non arriva al pianto ma lo supera direttamente lasciando gli occhi aridi, la testa piena e pulsante e questa carenza di ossigeno che soffoca ma non uccide.

Lei lo sapeva, ve lo giuro che sapeva bene che ero arrivata ad un punto del labirinto in cui essermi persa era il minore dei miei problemi, lo sapeva ed era una delle poche persone che non rispondeva al mio sguardo rotto con frasi pescate da un repertorio di consolazioni: in quei frangenti la sua mancanza di tatto diventava una grazia per me che non sapevo più cosa dire a chi cercava di aiutarmi.

Lo sapevo che ce l’avrebbe fatta: era riuscita a mancarmi! LEI era riuscita a farmi sentire la mancanza del suo respiro calmo tra i miei sospiri.. sapeva anche questo, lei?
Lei non c’era più ora e non potevo chiederle dove avesse messo quelle fottute lenzuola morbide o cosa davvero sapesse…

 

Writing soundtrack – Quello che non c’è – Afterhours

Yungblud – Giovane, bello e consapevole di essere dannato (?).

Agosto 2018, un caldo senza scampo nel piccolo paese del Nord Italia dove vivo ma è arrivata la partenza per le ferie insieme alla mia partner in crime Fefa e la nostra meta ci promette quei gradi in meno che da soli, per una come me, fanno la vacanza.

Il motivo principale della nostra partenza per Göteborg (Svezia) è la corsa al festival: nel progettare le ferie, qualche mese prima, io e la sopracitata meravigliosa donna che mi accompagna nelle mie follie, abbiamo spulciato tutti i festival musicali europei per cercarne uno che non ci facesse vendere un rene, che avesse ancora biglietti disponibili e che vedesse esibirsi la sua band preferita, gli Artic Monkeys;

Arriviamo così Al Way Out West cariche come molle oliate dal sudore torrenziale che ci portavamo dalla calda Italia!

Senza perderci in descrizioni a cui riserverò sicuramente un altro post su quanto ci sia piaciuta la colorata Göteborg, la gente meravigliosa che ci siamo karmicamente meritate sul nostro cammino e il festival in tutta la sua magnificenza, arriviamo al punto: l’evento si protrae per 3 giorni di concerti divisi tra i performer più famosi che si esibiscono fino ad intorno mezzanotte nei palchi centrali presso lo Slottsskogen Park e quegli artisti che attirano un po’ meno gente e si esibiscono dopo la mezzanotte in una banchina in mezzo all’acqua, chiamata Bananpiren, ed eccoci arrivati, dopo questo carosello di precisazioni dovute, a parlare del dolce ragazzaccio per cui è nato questo post!

Prima serata di festival, giovedì 9 agosto, io e la mia Wing Woman Fefa di cui vi fornisco una fotografia…Fefa occhiali Sve

… arriviamo alla mezzanotte  euforiche, sfinite, brillantinate fino alle mutande come l’occasione richiede e sfinite (l’ho già detto? beh è il caso di ribadirlo). La meravigliosa Fefa decide di trascinarmi letteralmente ai concerti notturni perchè “non possiamo mica perderci Yungblud”.. la assecondo più per la mancanza di forza di controbattere con un: “echiccazz’è?”  e ci lanciamo sulla navetta che ci porta in questo pontile magico dove accade di tutto (evito divagazioni e a tempo debito creerò un post parlandovi di tutti i nostri 7 giorni in Svezia).

Io ve lo assicuro.. mi sentivo più morta che viva e l’inerzia è stata la mia unica amica insieme all’iper eccitazione della nostra amica F.. ma è bastato che Dominic, in arte Yungblud, salisse su quel piccolo palco con davanti al massimo 200 persone per spazzare tutta la stanchezza che avevo addosso: come spiegarvi? La sua energia passa ad ondate sferzanti da sopra a sotto quel palco e non teme il giudizio, non cerca l’approvazione e così facendo la ottiene a suon dei rimbalzi ritmati del suo pubblico.

Uno show intenso, pieno e ricco: i suoi pezzi sono quelli di un’attivista del 21esimo secolo, uno che per avere 19 anni ha capito che difficoltà la sua generazione si trova ad affrontare senza diventare ridondante, un ottimista-realista e questo fa di lui un esemplare raro.

Un look sobrio fatto di maglioncino a strisce nere e rosa e pantaloni neri, Dom è un ragazzo pulito che il punk lo fa più con i concetti che con la sua immagine o la musica stessa: le sue influenze vanno dallo ska di I love you will you marry me, passano attraverso all’horror punk rock di Psychotic Kids(di cui consiglio vivamente la visione del video per carpire un pizzico della personalità di questo baldo giovine) per arrivare all’hip hop corale di Die For The Hype che rimane inevitabilmente in testa.

Sul palco salta come una cavalletta facendomi pensare ad un ragazzo iperattivo (“disturbo” che poi scoprirò essere una sua diagnosi, l’HDHD appunto) e ogni tanto caccia fuori dalla sua bocca, degna di Steven Tyler per le dimensioni, questa linguaccia in un gesto che anche se volesse sembrare offensivo, non ci riuscirebbe proprio.

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Se vi raccontassi tutto ciò che poi sono andata a spulciare su di lui da brava ossessiva questo post diventerebbe un libro ma vi toglierei il piacere principale, vi lascio quindi consigliandovi di guardare qualche intervista sia per i contenuti sia perchè vi verrà sistematicamente voglia di sorridere e di ascoltarvi i suoi brani anche nell’unplugged pubblicato su spotify, non ve ne pentirete.
Non dimenticatevi di farmi sapere cosa ne pensate e di consigliarmi qualcosa che pensiate possa piacermi visti i precedenti 😀

See you later foxes.

 

 

Perchè qui, perchè ora?

Non si ferma, ci ho provato in molti modi a fermare la realtà che mi circonda, a rallentarla almeno per poterla rimettere in ordine e, perché no, controllarla un po’ di più.

Metafisicamente sono proprio lo stereotipo della Donna che non sa guidare, la mia navicella morale ha tutti i bulloni sfasati, la mia bussola sentimentale non riceve manutenzione da anni e col cazzo che infilo le mani lì dentro a quel bordello che s’è creato: scrivo, allora… si, forse è meglio scrivere.

I was always an unusual girl
My mother told me that I had a chameleon soul
No moral compass pointing me due north
No fixed personality
Just an inner indecisiveness that was as wide and as wavering as the ocean

Lana Del Rey – Ride Monologue 

Sono un’appassionata, alla musica che smuove la parte più interna di noi, ai testi scritti con maestria, alla poesia dell’intreccio e del climax, ad un libro che non voglio continuare per non rimanere senza pagine da leggere, ad un’inquadratura di quel film che era proprio perfetta così mentre quell’attore o quell’attrice muovevano quelle mani in quel modo perfetto così;
E di tutto questo mi piace parlare, a modo mio che il modo mio cambia di continuo, ve l’ho detto che questa navicella spaziale non ha quasi nessun controllo su questa realtà se non quello di provare a descriverla.

Ho deciso di creare ora questo blog perchè ne ho bisogno, perchè mi è stato ripetuto così tante volte che sono troppo dura con me stessa e forse lo sto diventando sempre di più limitando le mie opinioni, assopendole sotto uno strato che sia più facile da accettare e questa è proprio l’ultima cosa che volevo accadesse dunque mi appello a me stessa davanti ad una pagina bianca per trovare la voglia di dire quel che penso anche sulla più piccola e stupida delle cose sperando in un confronto con dei piloti dispersi come me (di qualunque razza voi siate, sono qui). 🙂
See you later foxes!